Uno dei problemi più frequentemente riscontrati dai debitori in difficoltà, una volta presa la decisione di esdebitarsi, è quello di reperire le risorse finanziarie per la procedura di sovraindebitamento. Pur essendo il costo basso e normalmente abbordabile per chi non versa in situazioni di insolvenza, per un dipendente sovraindebitato può essere motivo di rinuncia. In alcuni casi però il datore di lavoro tende una mano al proprio dipendente. L’odierno mondo del lavoro, in costante evoluzione, evidenzia una crescente importanza del benessere dei dipendenti, integrandosi sempre più con le dinamiche aziendali. In questo contesto, spesso il datore di lavoro tende una mano al dipendente. Un’iniziativa interessante e potenzialmente vantaggiosa per entrambe le parti è, ad esempio, la concessione di un prestito non oneroso da parte del datore di lavoro, con la possibilità di recuperare ratealmente l’importo erogato, direttamente in busta paga. Ma quanto è percorribile questa strada? È legale? Quali sono le implicazioni per il lavoratore e per l’azienda? Innanzitutto, sì la strada è percorribile e assolutamente legale come previsto dalle normative di riferimento. La possibilità per un datore di lavoro di concedere prestiti ai propri dipendenti affonda le radici nel Codice Civile, in particolare negli articoli dedicati al mutuo (art. 1813 e seguenti). Questo contratto prevede la consegna di una somma di denaro con l’obbligo di restituzione, e può essere stipulato sia a titolo oneroso (con interessi) che gratuito. Il prestito aziendale non oneroso rientra proprio in questa seconda casistica.
Visto che il rimborso rateale viene trattenuto in busta paga è necessario far riferimento all’art. 545 del Codice di Procedura Civile, che disciplina i limiti entro cui possono essere effettuate le trattenute sullo stipendio, nell’interesse del lavoratore. A meno che non vi sia un consenso scritto da parte del dipendente per una quota maggiore, il limite è fissato nella misura di un quinto dello stipendio netto. Al fine di tutelare entrambe le parti risulta imprescindibile (anche se non obbligatorio) formalizzare il contratto per iscritto, con una Lettera di Concessione del Prestito, firmata sia dal datore che dal dipendente. Tale documento dovrà chiaramente indicare: importo totale del prestito; esplicita indicazione dell’assenza di interessi; modalità del rimborso; durata del rimborso; importo della rata mensile che verrà trattenuta in busta paga e da ultimo clausola che regoli l’anticipata cessazione del rapporto di lavoro. Non meno importanti sono le annotazioni in busta paga. Infatti, Circolari INPS e INAIL, nonché risoluzioni di Agenzia delle Entrate, chiariscono che il rimborso in busta paga di un prestito non costituisce reddito da lavoro dipendente, pertanto è esente da tassazione, a patto che Il datore di lavoro registri la voce in busta paga come “restituzione prestito – trattenuta non imponibile”. Anche il quantum gioca un ruolo importante e per evitare potenziali problematiche di natura fiscale, è consigliabile che l’ammontare del prestito non sia eccessivamente elevato e proporzionato al reddito del dipendente. Per ragioni fiscali e di gestione del prestito, è stato preso in considerazione esclusivamente il prestito non oneroso. Se il prestito è effettivamente senza interessi, generalmente non si generano fringe benefit imponibili per il dipendente. Se, al contrario, il datore di lavoro applicasse un tasso di interesse (anche se agevolato rispetto ai tassi di mercato), la differenza potrebbe configurarsi come reddito imponibile per il dipendente (art. 51 TUIR). Se è scontato che il dipendente tragga una serie di vantaggi dal prestito aziendale non oneroso, come: accesso immediato a liquidità; la semplificazione burocratico-amministrativa; nessun intermediario finanziario; assenza costi istruzione pratica; assenza di interessi; rimborso semplice e programmato; facile gestione del budget e delle scadenze; riservatezza; nessuna segnalazione nelle banche dati. Non è altrettanto intuitivo, invece, cogliere i benefici per il datore di lavoro, ma un’analisi più approfondita li rileva: fidelizzazione dei talenti in azienda, conservazione del personale qualificato, consolidamento del rapporto dipendente-azienda, maggiore motivazione e senso di appartenenza, ambiente di lavoro più sereno e collaborativo. In conclusione, il prestito aziendale non oneroso è uno strumento flessibile e molto utile per consolidare il rapporto con i dipendenti e offrir loro un aiuto concreto nei momenti di bisogno.


